E così parlò Roger Federer. Lalla e Luisa in Folie à Deux.

Creatività, Pemberley Pond

Di Luisa

(Nelle puntate precedenti)

Come donne, a quasi tutte capita che una volta al mese gli ormoni impazziscano e l’umore faccia un po’ quello che vuole. A me capita che per un giorno, uno solo al mese, i sentimenti e le sensazioni si amplifichino a dismisura: piccoli problemi diventano insormontabili, mi commuovo e piango per un non nulla e finisco a crogiolarmi nella malinconia e nell’autocommiserazione. Ok, tutto sotto controllo, ormai lo so e non mi crea problemi; aspetto che passi.
Succede, però, che se già ho diversi grilli per la testa e questo giorno va a coincidere con problemi o pensieri un po’ più “seri” del solito, il tutto assume un’aura da tragedia greca.

Manco a farlo apposta eravamo proprio, io e Lalla, di nuovo alle prese con il branding, la mission e tutte quelle cose lì. Sì perchè ogni tanto noi facciamo finta che non ci siano. Li ignoriamo. Ci diciamo, “Ehi, prima o poi l’idea del secolo ci verrà in mente e capiremo che fare” e continuiamo a lavorare facendo finta di nulla. Tentiamo di mettere da parte quella sottile ansia che ci prende quando ci siediamo al tavolo e vogliamo fare qualcosa, ma poi esattamente cosa, non sappiamo. Procediamo a tentoni con mille idee e mille dubbi. Andiamo avanti per un po’ e ignoriamo… ignoriamo… ma poi la misura si colma e così sbottiamo.72dbf3a6019b600ad182a60ec9ee5bef

Stavolta l’esasperazione di entrambe era palpabile e per me è proprio coincisa con il “giorno” di cui sopra tanto che il tutto ha assunto contorni drammatici.
Sentivo che era la resa dei conti. Stavolta saremmo andate fino in fondo. Non ci sarebbe stato ritorno.
Condizionandoci un po’ a vicenda con un umore che sapeva di catastrofico abbiamo messo in dubbio ogni cosa: ci piacciono i libri… ma è tutto troppo generico… o forse dovremmo fare qualcosa di diverso e lasciare stare la letteratura? E’ questo quello che vogliamo fare? Che ci manchi qualcosa è evidente, ma cosa? Sappiamo disegnare, scrivere… ma che serve tutto ciò?
Domande, domande… Lalla ha suggerito gravemente che forse avremmo dovuto riconsiderare seriamente cosa ci piaceva veramente e da lì, ripartire. Il che poteva anche voler dire buttare via tutto, nome, logo appena fatto con 1000 etichette appena stampateeee! E tutto quello che avevamo fatto in anni di lavoro… argh..!

Il branding…cos’è? Si tratta in poche parole di impostare una strategia per individuare o definire i tuoi punti di forza, quello che ti rende unico e differente rispetto ai tuoi concorrenti e comunicare in maniera efficace cosa sai fare, come lo sai fare, quali benefici porti e perché gli altri dovrebbero sceglierti.
E’ una brutta faccenda. O meglio è una brutta faccenda se lo devi fare di te stesso, perchè implica un’indagine profonda.
Per quanto ne ho capito, non è semplicemente pensare a ciò che ti piacerebbe fare (perchè a me piacerebbe fare tantissime cose, dalle magliette con i teschi alle illustrazioni naturalistiche) ma a ciò che ti rappresenta. Va al di là di una semplice idea che pensi potresti vendere.
Coinvolge le parti più profonde della nostra vita, idee e principi in cui si crede e su cui si basa la propria esistenza. Il proprio modo di vivere e di vedere il mondo. E’ solo da lì che si può tirare fuori qualcosa di autentico. E come tutte le cose c’è chi sa chi è e che cosa vuole e c’è chi ha bisogno di più tempo o forse non è ancora pronto per saperlo, o semplicemente non è in grado di esprimerlo chiaramente.

Alicia Savage

Illustrazione di Alicia Savage

Tutte e due abbiamo riflettuto su cosa ci piacesse con gran scervellamenti e fumi dalle orecchie… e a me la prima cosa che era venuta in mente è che mi piace mettere ordine. Eh sì. Provo una certa soddisfazione e vedere tutte le cose al loro posto. Anche quando faccio i poster è una cosa che entra in gioco! Nella mappa dei luoghi di Jane Austen, nei “personaggi e luoghi”… tutto è sistemato per bene. Io sono quella che raddrizza i quadri nelle case altrui senza farmi vedere (lo so è grave…).
Ma per me è una cosa che ha una sua importanza, quindi l’ho comunicato a Lalla; almeno era un punto su cui potevamo iniziare a discutere.
La sua reazione è stata quanto di più incoraggiante possibile: “Mmmm, a me di mettere ordine non me ne frega un fico secco” (e non ha usato certo queste parole :) Mi fissava sbalordita mentre strappavamo erbacce dal nostro orto ripetendo e ridendo istericamente “Ti piace mettere a posto… mettere a posto! Andiamo bene.”
E’ stato brutto, ve lo posso dire. Nei momenti di silenzio che sono seguiti sono sicura che entrambe abbiamo pensato seriamente che forse era arrivato il momento di dividere le nostre strade (parla per te, io ero seriamente divertita! XD NdLalla). Ognuna avrebbe aperto un negozio suo, forse…. Forse era quella la vera soluzione del problema. Mi sono fatta prendere leggermente dal panico, lo ammetto.
Poi Lalla ha rotto quel silenzio penoso. “Almeno abbiamo qualcosa su cui provare a lavorare. Se per te è importante mettere in ordine allora potremmo provare ad aiutare gli altri a organizzare la loro vita. Creiamo un agenda, un planner… una cosa così.” Ma l’idea non mi piaceva per nulla, così ho suggerito che avremmo dovuto pensarci ancora un po’. Perchè in verità, poco dopo la rivelazione che avevo fatto, l’idea che l’ordine fosse così importante per me aveva perso tutta la sua poca forza. Sì, è un aspetto di me, ma non certo il più importante.

Ok, ci dovevamo riflettere ancora un po’. Così, visto lo stallo, a Lalla è venuto in mente un esercizio che tante volte avevamo provato a fare, suggerito dalla mitica Tara Gentile (la guru del branding), ovvero pensare a ciò che non ti piace, che detesti seriamente. L’opposto è con tutta probabilità quello che ti piace.
Quindi cosa detesto con tutte le mie forze? Questo per lo meno lo sapevo, ovvero, quelle insulse frasi ispirazionali che spopolano tanto sui social ultimamente. “Sii ispirato per inspirare gli altri”, “fai ogni giorno qualcosa di cui hai paura” “sii la migliore versione di te stesso”, “rendi il tuo oggi incredibile” e via dicendo… Ma mi chiedo… nell’ “Esci e fai qualcosa che ricorderai” è incluso anche investire qualcuno? Le trovo di una banalità e di una vuotezza impressionante.
Chi mi dice che per vivere davvero devo uscire e vivere un’ avventura? Non siamo certo tutti così. Io non ho bisogno che qualcuno o qualcosa mi dica che fare, per poi finire ad assomigliare a tutti gli altri…? No di certo.
Pensavo a tutto questo, ma il cervello ormai era andato, mi sentivo una poltiglia umana, per la giornata avevo dato tutto. Avevo solo bisogno di un abbraccio e di qualcuno che mi dicesse che sarebbe andato tutto bene, che tutto si sarebbe sistemato. Mi sono fatta fare una coccola dalla mamma, ho fatto un bel tè per tutte e sono andata a dormire.

Si dice che la notte porta consiglio, si sa, ma mai come in questo caso.
In una notte piena di sogni chi mi è apparso? Beh il buon Roger (per chi non lo sapesse io sono una dedita e appassionata fan di Roger Federer, del quale non mi perdo mai una partita in tv. E’ niente di meno che il migliore giocatore di tennis di tutti i tempi).
In un sogno senza senso, stavo parlando con qualcuno, non so chi, che mi chiede “come mai a te piace Roger Federer?”. Lo guardo e il personaggio si traforma in Roger stesso (vestito e pronto per giocare XD). Io ho iniziato a rispondere: “mi piace perchè, almeno da quello che si riesce a percepire in tv è un ‘buono’, una persona gentile che ha sempre un sorriso per l’avversario che perda o che vinca. Adoro la bellezza e l’eleganza dei suoi movimenti quando gioca. E se penso che ha la mia stessa età mi sembra fuori da ogni logica”. E nel sogno ho pensato “ecco è così che dovrei rispondere ogni volta che mi chiedono perchè mi piace Roger. Semplice”. Ci siamo seduti per terra. Lui si è sdraiato. Sembrava ci conoscessimo e fossimo amici. Ho pensato che visto che c’ero potevo chiedergli anche qualche consiglio sul rovescio e dritto, ma lì mi sono svegliata (mannaggia XD).
Era già ora di alzarsi.
La drammaticità del giorno precedente sembrava essersi ridimensionata, anche se la mente aveva ripreso a ragionare esattamente da dove aveva interrotto la sera precedente. Era come se qualcosa nel mio cervello si fosse sbloccato. Sotto la doccia riflettevo e mi pareva tutto chiaro. Il brand, il cliente ideale, la motivazione, la direzione da prendere. Avevo avuto la rivelazione! Porca miseria… era fatta!

Scendendo ho dato il buongiorno a Lalla e ho annunciato “Roger mi ha parlato in sogno. Adesso so cosa dobbiamo fare!”.
Lalla ha avuto davvero paura. Ho messo su il tè. Ho scritto velocemente due appunti per non perdere i concetti e abbiamo mangiato la torta di mele. E’ stato straordinariamente semplice. Le risposte erano tutte lì, ovviamente. Le motivazioni, il brand, cosa ci piaceva… era tutto chiaro. Lalla annuiva e approvava. Ci siamo ritrovate su tutto. Ci siamo date il cinque e abbiamo tagliato un’altra fetta di torta.

Luisa

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Quando il fumo nero ti esce dalle orecchie: le gioie di essere creativi.

Creatività

E’ dura. E’ un casino fare quello che facciamo. Essere artigiani, essere creativi, essere artisti (per chi è capace di definirsi tale). Essere quelli che contano solo sulle proprie forze.

E’ anche soprattutto un privilegio, non lo dimentico. Ma ci sono giorni in cui sembra solo un labirinto. Mi sono guardata in giro per abbastanza tempo da capire che è un sentimento comune a chi fa questo lavoro, una confusione che ci piglia tutti per i piedi una volta o l’altra. A volte è solo un momento di dubbio, a volte sono giorni grigi in cui tutto sembra storto.
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Viviamo di quello che facciamo e quello che facciamo, se ci proviamo ad essere autentici, è quello che siamo. Osserviamo il nostro lavoro, lo spulciamo, lo facciamo a pezzettini e se andiamo abbastanza in profondità sezioniamo noi stessi.

Non è abbastanza passare gran parte della nostra giornata (volenti o nolenti) navigando in internet, assaliti da ogni lato da chi ha più successo di noi, da chi ci sembra più bravo, da chi è effettivamente stratosfericamente più bravo e irraggiungibile, da chi lavora di più, da chi sembra più motivato di noi, chi ci mette più entusiasmo. No, oltre a quello vaghiamo da un guru all’altro, pendendo dalle labbra di esperti di marketing, da studiosi di social, da star del branding, santoni dello story telling. Affrontiamo ogni nuovo articolo con rinnovata ferocia, ogni conferenza con sfrenato entusiasmo, ogni libro con verde speranza. Afferriamo quella momentanea scintilla di comprensione tenedola stretta tra le mani e con essa illuminiamo di nuova luce tutto quello che abbiamo fatto fin ad ora, pronti a determinare esattamente quale è stato il nostro errore, dove possiamo migliorarci, quale è la nuova strada da seguire. Riscriviamo il nostro “about”, aggiustiamo un paio di descrizioni di prodotti, programmiamo una decina di post su facebook. Osserviamo il nostro operato strofinandoci le mani e poi, piano piano, torniamo inevitabilmente a ripiegarci su noi stessi, di nuovo incerti, di nuovo dubbiosi. Pronti a nutrirci da capo di quella materia di cui ormai siamo diventati così esperti da poterla insegnare noi stessi.
Stamattina ho clickato sull’ennesimo articolo che annunciava “10 modi per avere una pagina Facebook di successo”, ne ho letto le prime tre righe e volevo vomitare.

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Foto particolarmente esplicativa del sentimento legato ai social media. Di Michellisphoto

Confessate. Come si chiama il vostro cliente ideale che avete creato compilando tabelle sul target che riportano anche il nome dei cereali che mangia la mattina? La notte, quando vi rigirate nel letto, non provate il puro e semplice istinto di farlo esplodere con una bomba? Okay, magari è troppo… magari solo di tagliargli con una forbice tutti i vestiti che avete immaginato per lui e avete riposto con cura nell’armadio della vostra mente. La nostra Anne non immagina neanche come sia facile strozzarsi con un poster letterario.

Ogni tanto mi assale un senso di ribellione contro tutto. Contro ogni parola ragionata, ogni immagine studiata. Contro la storia personale scritta e riscritta nel nostro about almeno 25 volte, a volte accorciata fino al minimal, a volte allungata fino a sembrare Guerra e Pace e che, durante quei giorni grigi, non sembra neanche la nostra. Lo so che devo essere sui social perché i miei clienti sono lì e che è stupido fare gli sdegnosi e non sfruttarli. Lo so che devo essere me stessa, ma che anche devo parlare al mio target. Lo so che devo creare ed essere sempre originale. So che devo ascoltare i bisogni dei clienti ma anche i miei. WOW, ci sfido che la notte a volte ci rigiriamo senza dormire.

La settimana scorsa questo malumore mi ha assalito peggio del solito, magari era il cambio di stagione, magari era l’umore di mia sorella contagioso o forse il conto in banca minaccioso.
Ora va meglio. Ho resistito all’impulso di buttare via tutto, come è già capitato tante volte. Mi sono arrotolata un po’ nella frustrazione, anche godendomela un po’ (ma sì, quando?!) e annaffiandola sperando che ne uscisse qualcosa di buono. Mi sono rifiutata di fare una lista, di scrivere i buoni propositi su un foglio, di mettere qualche stupida frase tipo “not all who wander are lost” (questa è per Luisa) sul desktop.

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Foto da 20 Motivational Quotes to start your week X_X URGH!

Ad essere sinceri non ho fatto proprio niente. Mi sono lagnata un po’ con le amiche che sopportano sempre con pazienza. Ho piantato qualche seme, qualche domanda sperando che ne possa spuntare qualcosa di nuovo. E mi sono rimessa a scrivere perché non lo facevo da un po’. Perché nella mia testa posso immaginare mondi e non sono limitati dalla mia capacità di rappresentarli… magari un po’ dalla mia capacità di scriverli. Ma se lo faccio per me stessa non conta.

E poi si persevera, negli errori e nelle stupidaggini e negli articoli su come vincere contro pinterest, nell’ignorare gli account di Instagram così perfetti da essere alieni e nell’odiare facebook. Mettendoci tanto impegno che poi alla fine è quello che conta. Ci si fa un tè, si ascolta un po’ di buona musica e si ritorna un po’ a se stessi cercando di non scappare via strillando.

Ditemi cosa fate voi quando vorreste buttare tutto, quando quello che fate sembra solo “una roba”… noi intanto mettiamo su il bollitore.