Ci siamo trasferite!

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Era da un po che volevamo farlo e finlamente la migrazione sta avveendo. Ci siamo spostate su http://www.pemberleypond.com con un sito tutto nuovo e più organizzato.
Vale a dire anche nuovo blog. Continuate a seguirci al nostro nuovo indirizzo. Giusto ieri abbiamo pubblicato un nuovo post ;) ;) Grazie!

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Meraviglia: un work in progress

Meraviglia, Pemberley Pond

E’ giusto, credo,  per poterne trarre delle conclusioni praticamente scientifiche, tirare le somme di una prima settimana di meraviglia.
Vogliamo partire, però, da un esame del tutto soggettivo e dalla prima impressione predominante che ne è scaturita: ma è passata una sola settimana da quando abbiamo iniziato o tipo un secolo e mezzo?

Ipotesi 1: La meraviglia rallenta il tempo e questo è uno dei suoi super poteri.
Ipotesi 2: La meraviglia all’inizio è così faticosa da trasformare i minuti in eternità.

Noi propendiamo un po’ più per la seconda soluzione, perché sinceramente non sembra possibile che sia passato così poco tempo da quando abbiamo iniziato questa impresa. Forse questa impressione dipende dal fatto di essere costantemente concentrate sulla meta, perché se uno appena si distrae un attimo e si dimentica di essere meraviglioso, ritorna a essere semplicemente il solito rachitico molluscoso se stesso, ripieno di dubbi e ben poco glitter.

Ecco quindi come abbiamo proceduto durante questa settimana:

Fase uno della sperimentazione: quello che abbiamo fatto principalmente è stato concentrarci sulla predisposizione mentale. Così commenti che normalmente potevano emergere formulati a questo modo “guarda un po’ se questa merdaccina che ho appena creato potrebbe andare bene” venivano censurati e prontamente corretti in “guarda un po’ se questo schizzo sublime fa al caso nostro…”. Oppure “boh, sta roba non so…” veniva trasformato in “guarda qui che figata piena di potenziale meraviglioso”. Lo ammettiamo, tecniche un po’ rudimentali, ma da qualche parte si doveva pure incominciare.

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Fase due della sperimentazione: ci siamo concentrare nel portare a termine le cose. Convo o mail fastidiosa che solitamente sarebbe stata rimbalzata all’infinito? BOOM! Affrontata subito di slancio e con chiara eleganza. Lavoro problematico e difficoltà imprevista? TACK! Subito determinazione massima per togliercelo dai piedi il più in fretta possibile. Insomma, è stata caccia grossa alla procrastinazione.

Terza fase della sperimentazione: abbiamo affrontato a viso aperto Facebook (IL MALE) cercando di convincerci che l’espressione “spammona di merda”, così felicimente coniata da qualcuno che sicuramente preferisce rimanere nell’anonimato, era solo una stupida deformazione mentale che andava sradicata. Fasce orarie e picchi di utenza a noi! Programmazioni controllate e mirate guidateci! Tutto all’urlo sovrumano del: FALLO E BASTA!

Quarta fase della sperimentazione: abbiamo affrontato i goal all’incontrario. Ancora una volta è stata Francesca a passarmi un articolo interessante di Nir Eyal sul perché le buone risoluzioni a lungo andare sono destinate a fallire. Okay, se volessimo essere proprio logici dovremmo immediatamente arrivare alla conclusione che anche il proposito di essere meravigliose è destinato al fallimento… perché quanto a goal è davvero enorme. Ma zitti! Fate finta di nulla!
Nir afferma che è inutile mettersi in testa di andare a correre un’ora al giorno per rimettersi in forma. Perché l’idea di andare a correre un’ora al giorno è così debilitante da essere destinata a fallire rovinosamente passato l’iniziale entusiasmo. Come dargli torto? Quindi è inutile imporsi grandi goal, meglio imporsene di davvero ridicoli. Più ridicolo è il vostro proposito… tipo correre per due minuti al giorno… più sarete portati a svolgerlo. Perché chi è quel pirla che non riesce a correre per due minuti al giorno? E così, siccome a me piacerebbe per una volta scrivere tutta intera una di quelle storie che mi frullano in testa arrivando alla parola FINE senza ossessionarmi su infiniti cambiamenti fino all’inevitabile abbandono, mi sono imposta di scrivere una frase al giorno prima di dormire. E così per ora ho fatto. A volte scrivo solo una riga, a volte un po’ di più se mi va. Senza rileggere quanto scritto prima e soprattutto senza possibilità di ritoccarlo. Tra un po’ vi dirò se anche un goal così osceno fallirà miseramente oppure no.

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Eccoci qui quindi a tirare le conclusioni di questa prima settimana di glitter e meraviglia. Ci sentiamo effettivamente più meravigliose del solito? Ovviamente no ASSOLUTAMENTE SI’! Come si dice? Fake it until you make it? Per lo meno una cosa resta evidente: le cose che vanno fatte vanno fatte e basta. Inutile girarci intorno con faccia perplessa, interrogandosi e producendo dubbi infiniti. Meglio farle. Se poi si riveleranno un fallimento almeno le avremo fatte e allora ci impegneremo a farne di altre o in un modo diverso.
Di concreto resta il fatto che durante questa settimana abbiamo lavorato parecchio. Con determinazione e costanza. Le ore sono state riempite di lavoro, e anche se questo non è per forza sinonimo di grandi risultati, noi abbracciamo con tenerezza il vago appagamento che nasce dalla convinzione di aver fatto il proprio dovere. Per il resto si continuerà a provare.

Com’è andata la vostra settimana di meravigliosità? Vi ha portato a risultati sorprendenti ed emozionanti? Vi va di confrontarli? Avanti tutta!

Lalla

 

Propositi per il 2016: essere meravigliose (e ricche)

amore incondizionato, Pemberley Pond

Di amichette, in questi giorni di festa, ne abbiamo fatta proprio una scorpacciata.

Sì, non di MICHETTE, intendo proprio AMICHETTE.

La gente là fuori, quella che vive all’esterno delle mura di Pemberley, per noi si divide fondamentalmente in quattro categorie: VECCHI (categoria composta principalmente da quei negozianti decrepiti, ormai in estinzione, che guardano il bancomat con sospetto ma che a noi piacciono tanto), JUNIOR (genericamente i figli e i parenti giovani dei vecchi), STRONZI (quelle persone che proprio ce la mettono tutta per non farsi amare, ma proprio tutta) e AMICHETTI/E (tutti coloro a cui va il nostro affetto). Non so dirvi quali siano i vantaggi di tali categorie, visto che con discorsi costellati di “junior” e “amichette” diventa sempre più complicato comprendere effettivamente di chi si stia parlando. E non so neanche spiegarvi che fine facciano tutte le persone che non appartengono a queste categorie. Ma vi posso assicurare che è uno schema funzionale che restituisce un po’ di semplicità al mondo.
Se ci state leggendo vi farà piacere sapere che siete automaticamente inseriti tra gli Amichetti.

Le Amichette di cui parlavo sopra appartengono in questo caso al sotto genere “Amichette di Etsy” e cioè a quelle persone speciali che abbiamo avuto la fortuna di incrociare grazie al team italiano di venditori di Etsy e che con il tempo sono diventate fondamentali per la nostra esistenza.
Le amichette sono tutte diverse, ma credo che quello che più le accomuni sia fondamentalmente un animo gentile. Vivono sparpagliate per l’Italia (anzi, per il mondo… e non che la distanza impedisca fitte conversazioni giornaliere in chat di qualsiasi tipo) ma quando possono sciamano in gruppo con l’unico scopo di mangiare e bere in compagnia, darsi schiaffe, farsi complimenti reciproci, stordirsi di chiacchiere e montare progetti per lo più troppo mastodontici per essere realizzati.
Chi avrebbe pensato, solo qualche anno fa, che fosse possibile rintracciare un così vasto numero di persone speciali in questo mondo? Magari scuotete la testa, magari questa è stata una botta di culo inaudita, ma io vi voglio dire che le persone speciali e giuste per ognuno là fuori ci sono eccome, basta solo cercare con impegno sollevando qualche sasso.

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Comunque se dovessi riassumere il proposito comune che è scaturito da questi meeting di inizio anno 2016, sarebbe quello di ESSERE MERAVIGLIOSE (e RICCHE). Perché le amichette saranno pure splendide, ma quanto ad autostima sono un po’ fiacchette. Vedono il meglio in tutti, ma quanto a loro stesse sono orbe. E temo sia una cosa comune a moltissimi. E quindi via di cura della meraviglia!!

Cosa vuol dire essere MERAVIGLIOSI a parte agitare il proprio ciuffo di capelli con orgoglio e sparpagliare glitter mentre si cammina?
Trovare un’ esatta definizione per tutti non sarebbe corretto. Ognuno deve essere meraviglioso a modo suo. Per quel che ci riguarda non si tratta certo di vivere autenticamente andando là fuori per buttarsi in un’avventura ogni giorno facendo qualcosa di cui si ha paura che sarà di ispirazione per gli altri e verrà ricordata sempre mentre stiamo vagando ma non ci siamo persi e blah blah blahBLEAH! Ma se vale per voi, avanti!
Per noi si può esserlo anche affondati nel divano a ingozzarsi di torta e sceneggiati BBC.

Ma nel nostro caso crediamo che essere meravigliose corrisponda a:
1) semplicemente cercare di non sminuirsi sempre
2) fare quello che si fa e che si ama con convinzione (perchè se lo si fa a metà non vale),
3) vedere davvero lo speciale che c’è in ogni cosa ed in ognuno, per quanto strano e bizzarro
4) portarlo in giro con orgoglio.

Lo so, fa un po’ sorridere. La tentazione è scuotere la testa e dire, ma dai! Non sarò una di quelle persone che si guarda allo specchio la mattina e si fa il lavaggio del cervello dicendosi “Sei meravigliosa! Sei meravigliosa!”. Magari date questo compito a qualche amichetta/o o famigliare e voi ogni mattina ditevi semplicemente “Sei proprio cretina a non essere meravigliosa!”. Credo funzionerà lo stesso. Io stamattina ho indossato il super potere del rossetto (mai messo in vita mia! XD) giusto per stare qui davanti al computer e questo mi aiuterà ad essere meravigliosa in ogni cosa.
Ma devo confessare che lo faccio soprattutto perché ho paura che in caso contrario le amichette arrivino a menarmi! :D

Quanto all’essere ricchi, io ci sto lavorando… spero sinceramente si tratti di un risultato automatico che scaturisca dall’essere meravigliosa. Intanto ho delle monete di cioccolato da fissare (e non mangiare) per aumentare la mia motivazione. Ascolto la registrazione di Ireneagh che mi canta soldi soldi soldi! E come mi ha suggerito Francesca Baldassarri, ogni mattina a letto visualizzo la mia futura vita di ricchezza, che a dire la verità per ora assomiglia tanto a quella che ho già, solo con musica in tutte le stanze e meno muffa sul soffitto di camera. Forse devo impegnarmi di più?

Daje di GLITTER tutti!

Lalla

Natale, la Forza e Mariah Carey.

amore incondizionato, Pemberley Pond

Ebbene, nei giorni scorsi ci avrete probabilmente visto postare sui social delle foto ben acconciate con decorazioni natalizie, pacchettini, fiocchi e bacche. Era la quota necessaria per le festività in arrivo. Eppure io e Luisa ci siamo interrogate spesso in questi giorni… sarebbe tanto male se confessassimo che del Natale non ci frega un fico?

Via, non è del tutto corretto dire che del Natale non ce ne frega un fico secco. L’altro giorno ero a Londra per un concerto di Natale (wow, che cosa estremamente cool da dire… eppure siatene certi, non c’è niente di meno cool di Lalla che, attanagliata da mille nevrosi, se ne va a Londra da sola) e mentre la gente gettava via un sacco di soldi per beneficienza e si mangiavano biscotti e latte e si cantava e semplicemente si dimostrava che l’umanità è fondamentalmente straordinaria… un brivido di Spirito Natalizio l’ho provato anche io.

David Ford and Jarrod Dickenso. Photo Buch Hall

David Ford and Jarrod Dickenson. Photo Bush Hall

Solo che praticare il Natale diventa un po’ difficile quando non si è tesserati ad una particolare religione o non ci sono bambini in giro che aspettano sognanti i regali e i parenti sono troppo lontani o troppo inutili per combinarci qualcosa di bello. Così quello che resta è l’angoscia dei preparativi. La data che si avvicina inesorabile e la ricerca frenetica del più inutile dei regali per la più inutile delle conoscenze. E così la festa che dovrebbe essere un ritorno a quello che conta davvero, all’essenza delle cose, si trasforma in una corsa ad ostacoli, costellata di trappole mortali come brindisi, cene, scambi di regali che fanno venire il mal di stomaco peggio di 3 chili di crema al mascarpone e che non importano a nessuno. Ma perchè? Ma non vi sto dicendo nulla che non sappiate già. Sapete quanti regali abbiamo comprato noi quest’anno? Lasciate che li conti sulla punta di una mano sola. Due! YEEH! Farà qualche differenza? Ma no, chissene frega. Le persone che contano sanno che non importa e che ci facciamo un grosso regalo a vicenda salvandoci dalla corsa ai regali e dallo spreco compulsivo di denaro. Così più andiamo in là con gli anni, più il Natale diventa minimalista (o totalmente ignorato) tanto che ho la speranza che arrivando a toccare il minimo storico, da lì poi si potrà risalire in qualche modo per ritrovare un giusto equilibrio. Ma il cibo resta. Quello non lo tocca nessuno.

C’è una cosa però da cui temo non riusciremo mai a liberarci: Mariah Carey. Impossibile che non conosciate le sue canzoni di Natale, sono ormai un classico appestante.

Foto di Mariah Carey di notte

Foto di Mariah Carey di notte

Dovete sapere che nostro padre era un grande fan della Maraiona e così, quando quel malefico album uscì, noi ci sentimmo obbligate a regalarglielo. Bè dai, piaceva anche noi. A quell’epoca ero a non so che anno di liceo e a scuola stavamo mettendo insieme qualche canzone di Natale, così feci l’errore mastodontico di offrire la cassetta di babbo alla professoressa di inglese. Ricordo come fosse ieri la sua espressione contrariata e la sua voce odiosa quando tentai di riaverla indietro: “Guarda che non c’è rischio che io me la tenga, mica la rubo!”. E indovinate? La cassetta se la tenne eccome e io non ebbi più il coraggio di chiederla. Con sommo scorno di mio padre. E così la cassetta di Mariah divenne il tormentone di Natale, il mitico oggetto sacro perduto per sempre. Avremmo potuto ricomprarla, ma era più divertente rimpiangerla ardentemente.
Così quando al supermercato sento partire la voce di Mariah che strilla “Baby, all I want for Christmas is youuuu” ho la certezza, che qualche corridoio più in là, al banco dei surgelati, anche le mie sorelle stanno pensando alla stronza d’inglese. E a nostro padre.

Ma quest’anno c’è un evento pronto a redimere questo Natale: STAR WARS! Okay, dai, credevate possibile che noi non fossimo delle fanatiche di Star Wars? Siamo seri. Posterò questo scritto domani, prima di uscire per il cinema, così se vorrete lasciare commenti spoiler di qualsiasi tipo sarete liberi di farlo senza che noi si venga a casa a menarvi. Siamo ormai in totale isolamento da giorni. Niente social, niente amici, niente TV. Luisa stasera va armata di mazza ferrata ad una cena, che se qualcuno anche solo pronuncia una parola è morto. Forse si dovrebbe avvertirli.
Lo so, se non siete fanatici starete scuotendo la testa, sarete probabilmente quasi irritati. So che esistono persone là fuori che non hanno mai visto la prima trilogia e campano benissimo. Ma il solo scriverlo mi riempie di una tristezza infinita. E’ l’equivalente di un bambino che è cresciuto senza mai aver aspettato Babbo Natale. Una tragedia insondabile.

Vi ho risparmiato Mariah Carey, vi meritate come minimo un Qui Gon pantocratore!

Vi ho risparmiato Mariah Carey, vi meritate come minimo un Qui Gon pantocratore!

Noi siamo state fortunate. Siamo nate al momento giusto, circondate dalle persone giuste. E Star Wars è diventato semplicemente un tassello del nostro DNA. Non credo che esista al mondo nulla di simile al fenomeno di Star Wars. Alla pura, magica, mistica emozione di sentire Harrison Ford dire “Chewie, we are home” che ti fa venire tanta voglia di piangere. Prego in cinese che questo nuovo capitolo sia bello almeno la metà di quello che sogno. Ne ho bisogno. E mi sa che ne ha bisogno tutto il mondo. Che la forza sia con voi e Buon Natale!

(E quindi scatenatevi nei commenti. Diteci il momento più bello del film, quanto avete pianto all’apertura dei titoli. Se vi hanno impedito di entrare al cinema perchè eravate troppo isterici. Oppure diteci che cos’è per voi il Natale e come conservate lo spirito natalizio in tutto questo casino. O come lo ammazzate con gioia. Saremo felici di leggervi comunque ;)

E così parlò Roger Federer. Lalla e Luisa in Folie à Deux.

Creatività, Pemberley Pond

Di Luisa

(Nelle puntate precedenti)

Come donne, a quasi tutte capita che una volta al mese gli ormoni impazziscano e l’umore faccia un po’ quello che vuole. A me capita che per un giorno, uno solo al mese, i sentimenti e le sensazioni si amplifichino a dismisura: piccoli problemi diventano insormontabili, mi commuovo e piango per un non nulla e finisco a crogiolarmi nella malinconia e nell’autocommiserazione. Ok, tutto sotto controllo, ormai lo so e non mi crea problemi; aspetto che passi.
Succede, però, che se già ho diversi grilli per la testa e questo giorno va a coincidere con problemi o pensieri un po’ più “seri” del solito, il tutto assume un’aura da tragedia greca.

Manco a farlo apposta eravamo proprio, io e Lalla, di nuovo alle prese con il branding, la mission e tutte quelle cose lì. Sì perchè ogni tanto noi facciamo finta che non ci siano. Li ignoriamo. Ci diciamo, “Ehi, prima o poi l’idea del secolo ci verrà in mente e capiremo che fare” e continuiamo a lavorare facendo finta di nulla. Tentiamo di mettere da parte quella sottile ansia che ci prende quando ci siediamo al tavolo e vogliamo fare qualcosa, ma poi esattamente cosa, non sappiamo. Procediamo a tentoni con mille idee e mille dubbi. Andiamo avanti per un po’ e ignoriamo… ignoriamo… ma poi la misura si colma e così sbottiamo.72dbf3a6019b600ad182a60ec9ee5bef

Stavolta l’esasperazione di entrambe era palpabile e per me è proprio coincisa con il “giorno” di cui sopra tanto che il tutto ha assunto contorni drammatici.
Sentivo che era la resa dei conti. Stavolta saremmo andate fino in fondo. Non ci sarebbe stato ritorno.
Condizionandoci un po’ a vicenda con un umore che sapeva di catastrofico abbiamo messo in dubbio ogni cosa: ci piacciono i libri… ma è tutto troppo generico… o forse dovremmo fare qualcosa di diverso e lasciare stare la letteratura? E’ questo quello che vogliamo fare? Che ci manchi qualcosa è evidente, ma cosa? Sappiamo disegnare, scrivere… ma che serve tutto ciò?
Domande, domande… Lalla ha suggerito gravemente che forse avremmo dovuto riconsiderare seriamente cosa ci piaceva veramente e da lì, ripartire. Il che poteva anche voler dire buttare via tutto, nome, logo appena fatto con 1000 etichette appena stampateeee! E tutto quello che avevamo fatto in anni di lavoro… argh..!

Il branding…cos’è? Si tratta in poche parole di impostare una strategia per individuare o definire i tuoi punti di forza, quello che ti rende unico e differente rispetto ai tuoi concorrenti e comunicare in maniera efficace cosa sai fare, come lo sai fare, quali benefici porti e perché gli altri dovrebbero sceglierti.
E’ una brutta faccenda. O meglio è una brutta faccenda se lo devi fare di te stesso, perchè implica un’indagine profonda.
Per quanto ne ho capito, non è semplicemente pensare a ciò che ti piacerebbe fare (perchè a me piacerebbe fare tantissime cose, dalle magliette con i teschi alle illustrazioni naturalistiche) ma a ciò che ti rappresenta. Va al di là di una semplice idea che pensi potresti vendere.
Coinvolge le parti più profonde della nostra vita, idee e principi in cui si crede e su cui si basa la propria esistenza. Il proprio modo di vivere e di vedere il mondo. E’ solo da lì che si può tirare fuori qualcosa di autentico. E come tutte le cose c’è chi sa chi è e che cosa vuole e c’è chi ha bisogno di più tempo o forse non è ancora pronto per saperlo, o semplicemente non è in grado di esprimerlo chiaramente.

Alicia Savage

Illustrazione di Alicia Savage

Tutte e due abbiamo riflettuto su cosa ci piacesse con gran scervellamenti e fumi dalle orecchie… e a me la prima cosa che era venuta in mente è che mi piace mettere ordine. Eh sì. Provo una certa soddisfazione e vedere tutte le cose al loro posto. Anche quando faccio i poster è una cosa che entra in gioco! Nella mappa dei luoghi di Jane Austen, nei “personaggi e luoghi”… tutto è sistemato per bene. Io sono quella che raddrizza i quadri nelle case altrui senza farmi vedere (lo so è grave…).
Ma per me è una cosa che ha una sua importanza, quindi l’ho comunicato a Lalla; almeno era un punto su cui potevamo iniziare a discutere.
La sua reazione è stata quanto di più incoraggiante possibile: “Mmmm, a me di mettere ordine non me ne frega un fico secco” (e non ha usato certo queste parole :) Mi fissava sbalordita mentre strappavamo erbacce dal nostro orto ripetendo e ridendo istericamente “Ti piace mettere a posto… mettere a posto! Andiamo bene.”
E’ stato brutto, ve lo posso dire. Nei momenti di silenzio che sono seguiti sono sicura che entrambe abbiamo pensato seriamente che forse era arrivato il momento di dividere le nostre strade (parla per te, io ero seriamente divertita! XD NdLalla). Ognuna avrebbe aperto un negozio suo, forse…. Forse era quella la vera soluzione del problema. Mi sono fatta prendere leggermente dal panico, lo ammetto.
Poi Lalla ha rotto quel silenzio penoso. “Almeno abbiamo qualcosa su cui provare a lavorare. Se per te è importante mettere in ordine allora potremmo provare ad aiutare gli altri a organizzare la loro vita. Creiamo un agenda, un planner… una cosa così.” Ma l’idea non mi piaceva per nulla, così ho suggerito che avremmo dovuto pensarci ancora un po’. Perchè in verità, poco dopo la rivelazione che avevo fatto, l’idea che l’ordine fosse così importante per me aveva perso tutta la sua poca forza. Sì, è un aspetto di me, ma non certo il più importante.

Ok, ci dovevamo riflettere ancora un po’. Così, visto lo stallo, a Lalla è venuto in mente un esercizio che tante volte avevamo provato a fare, suggerito dalla mitica Tara Gentile (la guru del branding), ovvero pensare a ciò che non ti piace, che detesti seriamente. L’opposto è con tutta probabilità quello che ti piace.
Quindi cosa detesto con tutte le mie forze? Questo per lo meno lo sapevo, ovvero, quelle insulse frasi ispirazionali che spopolano tanto sui social ultimamente. “Sii ispirato per inspirare gli altri”, “fai ogni giorno qualcosa di cui hai paura” “sii la migliore versione di te stesso”, “rendi il tuo oggi incredibile” e via dicendo… Ma mi chiedo… nell’ “Esci e fai qualcosa che ricorderai” è incluso anche investire qualcuno? Le trovo di una banalità e di una vuotezza impressionante.
Chi mi dice che per vivere davvero devo uscire e vivere un’ avventura? Non siamo certo tutti così. Io non ho bisogno che qualcuno o qualcosa mi dica che fare, per poi finire ad assomigliare a tutti gli altri…? No di certo.
Pensavo a tutto questo, ma il cervello ormai era andato, mi sentivo una poltiglia umana, per la giornata avevo dato tutto. Avevo solo bisogno di un abbraccio e di qualcuno che mi dicesse che sarebbe andato tutto bene, che tutto si sarebbe sistemato. Mi sono fatta fare una coccola dalla mamma, ho fatto un bel tè per tutte e sono andata a dormire.

Si dice che la notte porta consiglio, si sa, ma mai come in questo caso.
In una notte piena di sogni chi mi è apparso? Beh il buon Roger (per chi non lo sapesse io sono una dedita e appassionata fan di Roger Federer, del quale non mi perdo mai una partita in tv. E’ niente di meno che il migliore giocatore di tennis di tutti i tempi).
In un sogno senza senso, stavo parlando con qualcuno, non so chi, che mi chiede “come mai a te piace Roger Federer?”. Lo guardo e il personaggio si traforma in Roger stesso (vestito e pronto per giocare XD). Io ho iniziato a rispondere: “mi piace perchè, almeno da quello che si riesce a percepire in tv è un ‘buono’, una persona gentile che ha sempre un sorriso per l’avversario che perda o che vinca. Adoro la bellezza e l’eleganza dei suoi movimenti quando gioca. E se penso che ha la mia stessa età mi sembra fuori da ogni logica”. E nel sogno ho pensato “ecco è così che dovrei rispondere ogni volta che mi chiedono perchè mi piace Roger. Semplice”. Ci siamo seduti per terra. Lui si è sdraiato. Sembrava ci conoscessimo e fossimo amici. Ho pensato che visto che c’ero potevo chiedergli anche qualche consiglio sul rovescio e dritto, ma lì mi sono svegliata (mannaggia XD).
Era già ora di alzarsi.
La drammaticità del giorno precedente sembrava essersi ridimensionata, anche se la mente aveva ripreso a ragionare esattamente da dove aveva interrotto la sera precedente. Era come se qualcosa nel mio cervello si fosse sbloccato. Sotto la doccia riflettevo e mi pareva tutto chiaro. Il brand, il cliente ideale, la motivazione, la direzione da prendere. Avevo avuto la rivelazione! Porca miseria… era fatta!

Scendendo ho dato il buongiorno a Lalla e ho annunciato “Roger mi ha parlato in sogno. Adesso so cosa dobbiamo fare!”.
Lalla ha avuto davvero paura. Ho messo su il tè. Ho scritto velocemente due appunti per non perdere i concetti e abbiamo mangiato la torta di mele. E’ stato straordinariamente semplice. Le risposte erano tutte lì, ovviamente. Le motivazioni, il brand, cosa ci piaceva… era tutto chiaro. Lalla annuiva e approvava. Ci siamo ritrovate su tutto. Ci siamo date il cinque e abbiamo tagliato un’altra fetta di torta.

Luisa

Chef’s table: il cibo che commuove

amore incondizionato

Chi come noi è giusto un filo filo FANATICO di serie TV, è di recente stato testimone di una svolta epocale nella sua esistenza e cioè dello sbarco in Italia di Netflix. Che cos’è Netflix? E’ il servizio di streaming online che negli Stati Uniti ha rivoluzionato la fruizione di serie TV e degli show televisivi, ma in pratica è la morte di ogni interazione umana nella celebrazione della smodata maratona televisiva. Non c’è neanche bisogno di selezionare il prossimo episodio di un telefilm, lei ve lo fa partire automaticamente, voi dovete solo accettare la morbidezza del divano e rassegnarvi alla gioia di 12 ore ininterrotte del vostro telefilm preferito (dico 12 perchè ogni tanto bisognerà pur mangiare).

Ma non è di un telefilm che voglio parlarvi (mi scappa solo un urlo “SENSE8!!!”) ma di una piccola serie di documentari dedicata ad alcuni degli chef più bravi del mondo chiamata Chef’s Table. E neanche a farlo apposta il primo episodio è dedicato al nostro Massimo Bottura.

Un’altra cosa di cui siamo fanatiche qui è appunto il cibo: il cibo come pura gioia della vita. Fa un po’ ridere, ma qui in casa Pemberley di tutti i viaggi fatti insieme ricordiamo solo ed esclusivamente quello che abbiamo mangiato. Posti, cose, genti? Perse nella nebbia, ma i menù dei ristoranti, quelli sì, scolpiti a fuoco nel cervello. Ci sono le Lacrime di cioccolato mangiate a Colmar quando avevamo poco meno di 10 anni, il polletto alla birra mangiato nel paese delle streghe su una terrazza bellissima con gli amici più cari, la pasta alle verdure a Gubbio, le fettuccine paglia e fieno durante un viaggio eterno di ritorno dalla Sicilia in non so quale microscopico paese della Puglia, un coniglio alla cacciatora (che secondo me doveva essere orrendo) all’Autogril con il mio babbo in uno dei pochissimi viaggi che abbiamo fatto solo io e lui.

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Il bello è che il nostro interesse per la cucina e i cuochi è andato notevolmente peggiorando da quando la nostra sorellina Susanna è diventata pasticcera e si è trovata un fidanzato che è un cuoco professionista bravissimo. Insomma ormai qui pratichiamo la cucina ad un livello superiore, anche se noi due, più che altro, la consumiamo ad un livello superiore. Fatto sta che avendo un vero cuoco sotto mano, una delle pratiche serali preferite è diventata quella dell’hate watching (si guarda un programma solo per tirare i pop corn contro lo schermo e strillare BUUUUHH tutto il tempo) dei programmi di cucina che ormai sono diventati quasi più appestanti delle partite di calcio e nel moltiplicarsi hanno anche notevolmente perso di qualità. Offenderebbe le vostre orecchie delicate sapere cosa un cuoco professionista pensa di programmi tipo l’osannatissimo Masterchef. A questo trattamento violento si è però sottratta proprio questa serie di documentari di cui voglio parlarvi che per cura e bellezza ha sorpreso tutti noi.

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Okay, fissare quei piatti strepitosi è per noi quasi pari all’estasi mistica, ma sono sicura che questi documentari potrebbero piacere a chiunque, anche ai non mangioni. Prima di tutto i protagonisti sono degli entusiasti, anzi, alcuni dei veri e propri fanatici. La loro vita è il loro lavoro e ci si dedicano con una devozione quasi religiosa. E’ vero, si tratta di cucina e cibo, ma sentendoli parlare si va subito oltre e si scopre che la loro è una vera e propria missione. Si può cambiare il mondo con dei semplici piatti? Dan Barber per esempio ne è convinto e ci prova. Mette al di sopra di tutto gli ingredienti e la loro qualità, ma non si limita a questo, lui stesso si dedica a produrli e per farlo nel modo migliore, studia e si interroga e più a fondo va, più il suo lavoro si intreccia con la natura e le persone e il modo di vivere e di rispettare un equilibrio. Ascoltando questi professionisti non si può fare a meno di sentisrsi ispirati. Di volere noi stessi andare oltre il semplice fare le cose, ma di cercarvi un valore più profondo.
E poi come documentari sono artisticamente e stilisticamente strepitosi. Senza contare che per i piccoli “imprenditori” come noi c’è tanto da imparare su come raccontarsi agli altri. Bottura potrebbe tranquillamente fare un corso di branding e storytelling.

Insomma, noi ve li consigliamo caldamente. Siamo sicure che anche voi non vedete l’ora di commuovervi per un po’ di riso cacio e pepe o per qualche broccolo trasfigurato dall’arte culinaria!

Una spilla che vale un libro o meglio: l’invidia, che bella cosa!

Pemberley Pond

Capita a volte che io e Luisa ci guardiamo aggrottando la fronte e dopo un attimo di silenzio una fa all’altra, come se confessasse un turpe segreto “Andrò all’inferno ma questi proprio li odio per quanto mi fanno invidia!” Di solito l’altra annuisce ed ammette: “Troppo vero, sorella!” (*ogni volgarità è stata rimossa da questo dialogo per non offendere le orecchie di nessuno*). Ci diamo un cinque, poi ridiamo un attimo della nostra bassezza morale, chiediamo mentalmente scusa e via, procediamo oltre. Di solito le vittime in questione sono persone troppo brave per essere vere.

Inizio con brutalità questo post perchè mi sono scritta su un pezzo di carta che non voglio essere melensa e voglio dire le cose come stanno. E quindi a puro scopo dimostrativo vi voglio far vedere come cominciava questo post fino a qualche minuto fa, prima che decidessi di cambiarlo.

“Ho un chiaro ricordo della piccola e sprovvista biblioteca che avevamo in classe alle medie. Era un armadio con dentro un trentina di libri consunti di cui solo la prof aveva la chiave. E mi ricordo l’eccitazione di scegliere un nuovo libro all’inizio di ogni mese, cercando di interpretare il significato dei titoli, di decifrare le copertine illustrate. Per esempio “Canne al vento” di Grazia Deledda mi ero ritrovata a sceglierlo per l’incongruenza che il titolo creava nella mia testa. Ma erano canne da pesca? Vogliamo parlare dell’effetto di un titolo come “Il sentiero dei nidi di ragno”?
Quello che rimpiango di quei tempi era l’effetto Napalm che qualsiasi libro aveva all’interno del mio cervello vuoto. E poi lo spericolato entusiasmo di chi non avesse la più pallida idea di chi fossero tutti quegli autori e di cosa volesse dire avere tra le mani un classico. Io sceglievo i libri più alti, quelli scritti più piccoli perché mi sembrava una cosa davvero da grandi e perché volevo fare bella impressione sulla prof. Beata innocenza di chi non sapeva e non presumeva nulla. Noi siamo state fortunate a frequentare una scuola che avesse dei libri a disposizione, per quanto scalcagnati. E ancora di più ad avere una casa che rigurgitava libri dalle finestre ed uno di quei papà che a Natale ne regalava almeno uno a tutti. Ma è facile dimenticarsi di chi vive in luoghi dove i libri sono oggetti rari e sconosciuti.”

E vabbè, è tutto vero e sono bei sentimenti, ma non è certo da questo che è nata la colorata spilletta che vedete nelle foto. E’ nata da una semplice fitta di cocente invidia.
Stavo studiando un arcinemico, perché nel marketing pure quello devi fare, studiare il nemico, individuarne i punti deboli, carpire le strategie, e il nemico in questione erano quei gran fighi di Out of Print, che a quanto pare non solo producono delle cose belle da morire, ma donano anche parte del ricavato ad un’associazione che spedisce libri in Africa. Essere così perfetti, secondo me, non è educato.

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E insomma, è scattata l’invidia e dall’invidia è nato qualcosa di buono (che non mi si dica che dai cattivi sentimenti non nasce mai nulla di buono) perché mi sono messa a navigare e ho scoperto che bastano 2 sterline a Book AID per mandare un libro in Africa ad una biblioteca. Soltanto DUE! Praticamente il prezzo di una delle nostre spille. E allora perché no? Perchè non crearne una apposta per questo scopo? Ed è così che è nata la coloratissima Read More. Una spilla che è un imperativo esistenziale.
La faccenda è semplice, per ogni spilla Read More che venderemo, daremo 2 sterline a quelle brave persone di Book AID. E quindi comprarne una sarà come regalare un libro a qualcuno di tanto distante, per condividere con lui un mondo intero di emozioni, spazi grandiosi, sogni ed entusiasmi.

Dai si può fare, no? :) Noi siamo per il dare indietro qualcosa, soprattutto quando si riceve tanto. C’è dietro un po’ di marketing, perché negarlo? Ma tutto va bene. E quelli di Out Of print non se la prenderanno se li abbiamo copiati. Li odioamo un po’, ma per farci perdonare vi lascio il link al loro negozio nel caso vogliate regalarvi una bella maglietta (o le calze di POE!!).

E voi accattatevi una spilla! ;)

Lalla

Il sogno delle assi perfette

Creatività

Prima di tutto volevo ringraziare tutti coloro che hanno letto e accolto il mio ultimo post e che hanno risposto condividendo le loro frustrazioni, considerazioni e soluzioni. E’ stato molto bello leggervi. Ero certa che fosse un morbo diffuso. Mal comune mezzo gaudio?

Avendoci ripensato a lungo ho concluso che ci sta essere un po’ nevrotici ed isterici e pure depressi e rabbiosi. A volte serve e basta. Magari per elaborare cose e piantare semi nuovi. Per sollevare un po’ di polvere. Se avete visto anche voi il bellissimo Inside Out della Pixar credo che troverete il discorso abbastanza simile. Ovviamente è vietato crogiolarcisi dentro sguazzando con una punta di soddisfazione malsana. Giusto qualche bracciata.

Detto questo mi fa molto ridere affrontare il tema di questo post, perchè sembra proprio abbracciare tutto quello contro cui mi stavo ribellando qualche giorno fa. La mia ricerca di una rinnovata autenticità si è infatti infranta quando io e Luisa abbiamo intravisto delle vecchie assi tra l’erba alta.

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Ora, per chi non lo sapesse, una superficie di vecchie assi consumate è proprio quell’elemento decorativo di cui ogni instagram di perfezione aliena deve disporre per ricevere l’attestato di hipster supremo. Se non si hanno delle assi di legno vecchie e brutte da usare come sfondo per le proprie foto non si è NESSUNO. Il passo successivo sarà convincere il mondo che quelle assi siano niente di meno che il tavolo della vostra cucina dove, senza elettricità (perchè conducete una vita autentica), cucinate dolci e impastate pane in stoviglie rigorosamente di smalto e possibilmente sbreccate.
Insomma, per farla breve, quelle assi non sono nè più nè meno che il santo Graal.
Ogni creativo che si è trovato a fotografare i propri oggetti per poi metterli in vendita, ha affrontato per lo meno una volta nella sua esistenza (più probabilmente un numero ragguardevole di volte) la ricerca della superficie perfetta. Tavoli, comodini, cassettoni, mensole, residuati bellici della legnaia vangono vagliati ed esaminati con cura. Troppo lucido, troppo rosso, troppo scuro, troppo giallo, troppo in luce, troppo in ombra. Non se ne esce! Così negli anni è per noi diventata una sorta di ossessione. In un periodo di crisi totale dell’edilizia, dove trovare un cantiere per intrufolarcisi e rubare assi usate (e possibilmente tossiche)? A quale anziano parente rivolgersi per avere il permesso di frugare nella sua cantina?
Era un ossessivo e incessante concupire assi brutte e tarlate. Io e Luisa eravamo arrivate ad organizzare il furto del secolo di alcune imposte che rimanevano a marcire in un giardino lungo la strada che facevamo praticamente tutti i giorni. Uno dei tanti tentativi falliti era stato quello di comprare delle assi e lasciarle esposte alle intemperie per un anno intero. Risultato? Assi verdi di muschio un po’ marce e per niente del colore che sognavamo.

Potete quindi immaginare il luccicare dei nostri occhi quando ne abbiamo intraviste alcune fra l’erba alta di un giardino di un’amica. E’ stato amore a prima vista: il cielo si è aperto e un raggio di luce divina si è posato su di loro mentre nell’aria si alzava un canto di esultanza.

E va bene, poverine, di romantico non avevano molto visto che facevano parte di una conigliera sfasciata ed erano ricoperte di bava di lumaca, nidi di ragno e chiodi arrugginiti che spuntano ovunque. Ma sono le nostre adorate assi e vi giuro su mia sorella che quando ho scattato la prima foto mi si sono inumiditi gli occhi.

Assi così rendono tutto migliore, non vi sembra?

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La verità è che hanno un perfetto colore neutro che dona carattere e il giusto contrasto a qualunque cosa vogliate fotografare. Ora potrei anche domandarmi se sia davvero così o se sia solo perchè ho subito un lavaggio del cervello da tutti i negozi hipsterosi che spopolano là fuori. Ma la mia storia d’amore è appena iniziata e per ora non voglio sgualcirla!

PS: prometto sollennemente che non rifaremo tutte le foto del negozio.
PPS: e che non daremo un nome a queste assi…….. forse
PPPS: le mie sorelle sostengono che il corto prima di Inside Out fosse per lo meno grottesco… solo io ho pianto come una fontana mentre i due vulcani si abbracciavano cantando?

Quando il fumo nero ti esce dalle orecchie: le gioie di essere creativi.

Creatività

E’ dura. E’ un casino fare quello che facciamo. Essere artigiani, essere creativi, essere artisti (per chi è capace di definirsi tale). Essere quelli che contano solo sulle proprie forze.

E’ anche soprattutto un privilegio, non lo dimentico. Ma ci sono giorni in cui sembra solo un labirinto. Mi sono guardata in giro per abbastanza tempo da capire che è un sentimento comune a chi fa questo lavoro, una confusione che ci piglia tutti per i piedi una volta o l’altra. A volte è solo un momento di dubbio, a volte sono giorni grigi in cui tutto sembra storto.
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Viviamo di quello che facciamo e quello che facciamo, se ci proviamo ad essere autentici, è quello che siamo. Osserviamo il nostro lavoro, lo spulciamo, lo facciamo a pezzettini e se andiamo abbastanza in profondità sezioniamo noi stessi.

Non è abbastanza passare gran parte della nostra giornata (volenti o nolenti) navigando in internet, assaliti da ogni lato da chi ha più successo di noi, da chi ci sembra più bravo, da chi è effettivamente stratosfericamente più bravo e irraggiungibile, da chi lavora di più, da chi sembra più motivato di noi, chi ci mette più entusiasmo. No, oltre a quello vaghiamo da un guru all’altro, pendendo dalle labbra di esperti di marketing, da studiosi di social, da star del branding, santoni dello story telling. Affrontiamo ogni nuovo articolo con rinnovata ferocia, ogni conferenza con sfrenato entusiasmo, ogni libro con verde speranza. Afferriamo quella momentanea scintilla di comprensione tenedola stretta tra le mani e con essa illuminiamo di nuova luce tutto quello che abbiamo fatto fin ad ora, pronti a determinare esattamente quale è stato il nostro errore, dove possiamo migliorarci, quale è la nuova strada da seguire. Riscriviamo il nostro “about”, aggiustiamo un paio di descrizioni di prodotti, programmiamo una decina di post su facebook. Osserviamo il nostro operato strofinandoci le mani e poi, piano piano, torniamo inevitabilmente a ripiegarci su noi stessi, di nuovo incerti, di nuovo dubbiosi. Pronti a nutrirci da capo di quella materia di cui ormai siamo diventati così esperti da poterla insegnare noi stessi.
Stamattina ho clickato sull’ennesimo articolo che annunciava “10 modi per avere una pagina Facebook di successo”, ne ho letto le prime tre righe e volevo vomitare.

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Foto particolarmente esplicativa del sentimento legato ai social media. Di Michellisphoto

Confessate. Come si chiama il vostro cliente ideale che avete creato compilando tabelle sul target che riportano anche il nome dei cereali che mangia la mattina? La notte, quando vi rigirate nel letto, non provate il puro e semplice istinto di farlo esplodere con una bomba? Okay, magari è troppo… magari solo di tagliargli con una forbice tutti i vestiti che avete immaginato per lui e avete riposto con cura nell’armadio della vostra mente. La nostra Anne non immagina neanche come sia facile strozzarsi con un poster letterario.

Ogni tanto mi assale un senso di ribellione contro tutto. Contro ogni parola ragionata, ogni immagine studiata. Contro la storia personale scritta e riscritta nel nostro about almeno 25 volte, a volte accorciata fino al minimal, a volte allungata fino a sembrare Guerra e Pace e che, durante quei giorni grigi, non sembra neanche la nostra. Lo so che devo essere sui social perché i miei clienti sono lì e che è stupido fare gli sdegnosi e non sfruttarli. Lo so che devo essere me stessa, ma che anche devo parlare al mio target. Lo so che devo creare ed essere sempre originale. So che devo ascoltare i bisogni dei clienti ma anche i miei. WOW, ci sfido che la notte a volte ci rigiriamo senza dormire.

La settimana scorsa questo malumore mi ha assalito peggio del solito, magari era il cambio di stagione, magari era l’umore di mia sorella contagioso o forse il conto in banca minaccioso.
Ora va meglio. Ho resistito all’impulso di buttare via tutto, come è già capitato tante volte. Mi sono arrotolata un po’ nella frustrazione, anche godendomela un po’ (ma sì, quando?!) e annaffiandola sperando che ne uscisse qualcosa di buono. Mi sono rifiutata di fare una lista, di scrivere i buoni propositi su un foglio, di mettere qualche stupida frase tipo “not all who wander are lost” (questa è per Luisa) sul desktop.

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Foto da 20 Motivational Quotes to start your week X_X URGH!

Ad essere sinceri non ho fatto proprio niente. Mi sono lagnata un po’ con le amiche che sopportano sempre con pazienza. Ho piantato qualche seme, qualche domanda sperando che ne possa spuntare qualcosa di nuovo. E mi sono rimessa a scrivere perché non lo facevo da un po’. Perché nella mia testa posso immaginare mondi e non sono limitati dalla mia capacità di rappresentarli… magari un po’ dalla mia capacità di scriverli. Ma se lo faccio per me stessa non conta.

E poi si persevera, negli errori e nelle stupidaggini e negli articoli su come vincere contro pinterest, nell’ignorare gli account di Instagram così perfetti da essere alieni e nell’odiare facebook. Mettendoci tanto impegno che poi alla fine è quello che conta. Ci si fa un tè, si ascolta un po’ di buona musica e si ritorna un po’ a se stessi cercando di non scappare via strillando.

Ditemi cosa fate voi quando vorreste buttare tutto, quando quello che fate sembra solo “una roba”… noi intanto mettiamo su il bollitore.

Benvenuti nel regno di OZ

Poster

Se qualche tempo fa mi aveste nominato “Il Mago di OZ” mi sarebbero venute in mente solo poche cose: la strada di mattoni gialli, la città di smeraldo e poi, con un certo disagio, quel film terribile che credo fosse “Ritorno ad Oz”, dove c’erano tizi con i piedi e le mani di rotelle… brrr!
Era una lacuna che mi ero ripromessa di colmare prima o poi così, non a caso, (ovviamente, visto che l’ho comprato su amazon in un raptus di shopping) mi sono ritrovata per le mani una versione illustrata integrale e mi sono immersa nella lettura.
La storia in sè, per bambini, è abbastanza semplice, ma molto piacevole da leggere. Sono rimasta sorpresa che la storia porti Dorothy&Co a raggiungere la Città di Smeraldo praticamente a metà libro e la rivelazione sulla vera natura del mago di OZ, bè, è stata quasi una delusione… ve la posso rivelare? Mmm, no… magari volete leggerlo e non voglio rovinarvi la sorpresa ;)
Alcuni scambi di battute tra lo spaventapasseri e l’uomo di latta sull’opportunità di avere un cuore o un cervello sono quel piccolo accenno a qualcosa di più profondo che va oltre al semplice viaggio dei personaggi da “A” a “B” che ci sta. In ogni caso il mio personaggio preferito è sicuramente lo spaventapasseri, ripieno di tanta paglia quanto di ingenuità e gentilezza.

Le illustrazioni di Lorena Alvarez Gomez sono, beh, ciò che di più meraviglioso si potesse fare di questa storia. Se la poteste sfogliare anche voi, non potreste fare a meno di venire catapultati nella mitica città di smeraldo, tra foreste e streghe piene di colore e magia! Sicuramente avrei adorato sfogliarlo da piccola e avrei sicuramente adorato sentirmelo leggere alla sera.

Il regno di OZ è descritto accuratamente nel libro e i quattro regni, con rispettive quattro streghe, hanno delle caratteristiche e dei colori ben definiti. Gli abitanti vestono dei colori dei regni: rosso a sud, blu a ovest e giallo a est. Al centro la città di smeraldo ovviamente verde. Poi la strada dei mattoni gialli, il bianco dei vestiti che solo le streghe possono indossare… il grigio del Kansas… il racconto stesso chiede di essere illustrato ;)
Io l’ho interpretato a modo mio in un poster “personaggi e luoghi” e con una mini illustrazione a “sihlouette” in basso a destra per i nostri eroi. Che ne pensate?
(Il poster è disponibile ora nel nostro negozio

Luisa

PS: Ah ricordo che da qualche parte avevo promesso un poster sulla bibliografia di Charles Dickens… c’è, è finito ed è in stampa. Presto lo aggiungeremo in negozio insieme al poster del Mago… abbiate fiducia! ;)
PPS: Visto che Lalla insiste tanto mi sa che il prossimo poster in lavorazione sarà Emma… o un revival di Guerra e Pace? Vediamo dove l’ispirazione mi porta :D